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Frédéric Petit: "In Belarus, il risveglio di una società dalle molteplici identità"

drapeau opposition belarusse
uzhursky - Shutterstock.com

Frédéric Petit è un parlamentare del Movimento Democratico per i cittadini francesi residenti all'estero ed è responsabile per la Germania, Europa centrale e Balcani. Segue molto da vicino la situazione in Belarus, che secondo lui è una zona fondamentale tra Europa e Russia, ed esprime le sue preoccupazioni sul rispetto dei diritti umani e le sue speranze che questa crisi possa aprire la strada verso una rivoluzione democratica nel paese.

Perché ritiene preoccupante la situazione in Belarus?

La crisi in Belarus preoccupa da più punti di vista. Nell'immediato i segnali di allarme sono almeno due: da un lato, le flagranti violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo nel paese; dall'altro, l'impossibilità di prevedere come andrà a finire.

Dall'annuncio dei risultati truccati dell'elezioni presidenziali, più di tre settimane fa, ha preso il via un ampio movimento di protesta popolare. Centinaia di migliaia di persone scendono nelle strade ogni giorno, ma la situazione ormai sembra essersi impantanata. Le autorità non mostrano alcuna volontà di trattare con i membri del Consiglio di Coordinamento Nazionale. Anzi, hanno arrestato i suoi principali esponenti. Il regime ha attuato una repressione, che voleva mantenere discreta ma che ci viene ricordata quotidianamente grazie al lavoro dei giornalisti ancora presenti nel paese: ogni giorno, gli oppositori sono arrestati arbitrariamente e detenuti in condizioni terribili ( linciaggi, torture, umiliazioni...). Almeno sei persone risultano ancora scomparse, non si sa se incarcerate o cosa ne abbia fatto di loro la polizia di Lukashenko. Il regime ha annullato gli accreditamenti dei giornalisti occidentali (solo quelli russi sono ancora accreditati) e quelli che sono restati esercitano la loro professione a rischio di essere arrestati e incarcerati. Tutti questi arresti, le condizioni di detenzione, gli attacchi alla libertà di stampa e d'informazione costituiscono già una grave minaccia alle libertà fondamentali e ai diritti umani.

La situazione è preoccupante anche perché è praticamente impossibile prevedere quel che succederà nelle prossime settimane. Non sappiamo quanto durerà la crisi e al momento si sta aggravando... Da un lato, Lukashenko temporeggia e non mostra segnali di apertura, dall'altro, le proteste non si placano e gli scioperi proseguono. Il paese sta già sperimentando difficoltà economiche e, a lungo termine, andrebbe evitato un forte rallentamento o addirittura un collasso dell'economia. Ma non è chiaro quale sarà l'esito di questa crisi. Quel che mi preoccupa è proprio questa situazione di stallo e l'evidente mancanza di prospettive.

La crisi politica che sta vivendo il paese rappresenta un pericolo per la democrazia?

È paradossale! Perché da un lato, rappresenta, al contrario, una forte speranza per un impulso straordinario verso la democrazia. In questa crisi, stiamo assistendo alla nascita, o forse alla rinascita di una Nazione. Questo è molto incoraggiante per il futuro del paese. In precedenza, avevamo l'impressione che fosse un paese dormiente, una società civile amorfa. Tra i cittadini bielorussi non c'era un forte desiderio di democrazia. Oggi, è evidente: dagli operai ai dirigenti, dai contadini agli studenti, i cittadini bielorussi vogliono poter scegliere liberamente chi li governa.

Dall'altro lato, la crisi politica prosegue, la repressione può inasprirsi, e le proteste affievolirsi. E questa dittatura avrà allora ancora un futuro roseo davanti a sé. Tuttavia, il movimento di protesta e la nuova consapevolezza non si esauriranno presto. Se il regime non cede su qualcosa, ci sarà un nuovo sollevamento popolare, che potrebbe essere meno pacifico stavolta.

Come spiega l'ascesa dell'opposizione contro il Presidente Lukashenko in Belarus?

È una sorpresa! prima di tutto, il regime ha sottostimato l'importanza della circolazione delle informazioni sulle applicazioni internet, e in questo aiuta anche la vicinanza con la Polonia, dove lavorano molti emigrati bielorussi e dove esistono canali d'informazione liberi. inoltre, per apparire legittimato, Lukashenko ha continuato a mantenere una sembianza di democrazia organizzando elezioni regolari. Mentre ha imprigionato o messo al bando i maggiori oppositori, ha permesso la candidatura di Svetlana Tikhanovskaya credendo che fosse inoffensiva. Ha chiaramente sottostimato il coraggio e la capacità organizzativa di questa donna il cui marito, Youtuber e oppositore del regime, è stato arrestato e incarcerato. Nonostante ciò è stata in grado di radunare tutte le forze democratiche attorno a lei e in molte occasioni ha portato decine di migliaia di manifestanti nelle strade. Sondaggi indipendenti la davano vincente alle elezioni, come espressione della volontà di cambiamento. Le frodi elettorali sono state evidenti e documentate. È stata la prima scintilla che ha innescato le proteste di massa. La seconda scintilla è stata la repressione intrapresa dal regime il giorno dopo le elezioni.

Ma questo profondo desiderio di cambiamento, il voto delle classi popolari (generalmente fedeli a Lukashenko) per Tikhanovskaya era stato anticipato solo da pochissime persone, soprattutto per la mancanza di progetti politici e di programmi concreti. In un testo, a cui i media occidentali non hanno dato molto risalto, Svetlana Alexeievitch ringraziava i manifestanti per aver ridato "dignità" alla nazione.

La Belarus è stata a lungo considerata, per convenzione, uno 'stato' indipendente, ma lo spazio di manovra economica e per certi versi anche quello culturale, resta molto ristretto, indipendentemente dal vincitore delle elezioni. La Belarus era una delle repubbliche sovietiche che non funzionava tanto male, e l'arrivo al potere di Lukashenko nel 1993 non è stato tanto l'espressione di una 'nostalgia' del comunismo quanto un desiderio, condiviso all'epoca dalla maggioranza dei cittadini, di non imbarcarsi in un'avventura solitaria in un paese che non possedeva risorse interne.

Oggi, il governo bielorusso deve innanzitutto comportarsi da manager saggio, capace e coriaceo nei confronti del suo vicino russo ( e paese associato, ricordiamo, grazie a un'unione confederale firmata nel 1999). Una squadra nuova che scende in campo non cambierà l'atteggiamento del paese nell'immediato. I bielorussi hanno bisogno di un progetto culturale, di scendere nelle strade non tanto per cambiare radicalmente le loro vite, ma per affermarsi insieme come un'identità complessa e molteplice. Questa richiesta può apparire preoccupante per i poteri autoritari, ma si dimostrerà certamente utile per l'attuale mondo multipolare, come già successo altrove in passato.

L'intervista completa può essere letta sul sito web del Movimento Democratico.